Siamo soliti pensare al ricordo come il prodotto di una delle funzioni cognitive più importanti e più studiate dalla scienza psicologica e medica: la memoria. Con essa “si intende la serie di processi che ci permettono di registrare, archiviare e poi recuperare esperienze e informazioni. La memoria conferisce ricchezza e contesto alla nostra vita, ma soprattutto consente di imparare dall’esperienza e quindi di adattarci ad ambienti in cambiamento” (Passer, Holt, Bremner, Sutherland, Vliek, Smith, 2013).
Diversi furono i contributi della psicologia sperimentale. Atkinson e Shiffrin elaborarono, prendendo spunto dagli sviluppi dell’informatica degli anni ’60, una teoria tripartita analizzando gli aspetti strutturali quantitativi e andando così a identificare tre magazzini: il sistema sensoriale che rappresenta il primo filtro mnemonico per accedere allo stimolo esterno, la memoria a breve termine, dove l’informazione viene contenuta per un tempo estremamente limitato, ma viene già a costituire una prima forma di ricordo, e la memoria a lungo termine, di capienza e durata estesa per quanto i contenuti possono venire meno alla facilità di rievocazione.
Craick e Lockhart, invece, partendo da questo impianto teorico, focalizzarono la loro attenzione sulle modalità di sedimentazione dell’informazione nell’apparato mnemonico, giungendo alla conclusione che un’informazione emotivamente significativa e ben strutturata, se collegata con altre già acquisite, con facilità verrà trasferita alla memoria a lungo termine.
Quest’ultima teoria è alla base delle cosiddette “reti associative” secondo le quali “la memoria a lungo termine si può rappresentare come una rete associativa, un grande network di idee e concetti correlati” (Collins e Loftus, 1975). Questo gruppo di teorie afferma che “ogni concetto o unità di informazione è rappresentato da un nodo assimilabile in qualche modo a ogni singola giuntura di una grandissima rete da pesca. Le linee di questo network raffigurano le associazioni tra i concetti: le linee più brevi designano associazioni più forti” (Passer, Holt, Bremner, Sutherland, Vliek, Smith, 2013).
Queste teorie hanno come comune denominatore il riferimento a contenuti mnestici a carattere immaginale o concettuale, ma gli approcci psicosomatici hanno considerato ulteriori forme di memoria. Tra essi emerge l’imponente lavoro di ricerca di Kretschmer e la tecnica del Doppio Binario. “I suoi studi riguardano diversi settori della fisiologia, della medicina, della psicologia, della psicopatologia, ma l’idea di fondo è una sola: che ci sia cioè una forte correlazione tra la costituzione somatica e quella psichica e che entrambe le dimensioni formino un’unità indivisibile” (Kretschmer, 1968). “Kretschmer ipotizza un nucleo oscuro dell’io, che definisce Tiefenperson (personalità profonda), posto alla base di tutta la costruzione della personalità matura. […] costituenti della Tiefenperson sono due strati arcaici dell’io, quello iponoico e quello ipobulico. Il primo si riferisce all’immaginario primitivo, quel tipo di pensiero rudimentale in cui l’immagine, l’emozione e l’attività biologica non sono separate. […] Il secondo si riferisce a quell’attività psicomotoria che si svolge al di sotto della volontà, unificando gli elementi emotivi, biologici e di azione” (Galli, Masi, 2012). Partendo da questo presupposto prese forma la sopracitata tecnica del Doppio Binario: esso deve essere diretto al benessere corporeo e a quello psichico e il trattamento delle due dimensioni va integrato con un continuo lavoro di analisi. Il primo binario si sviluppa sulla dimensione corporea e vede in primo piano l’impiego del training autogeno di Schultz, in particolare i primi due esercizi di distensione psicofisica cui fanno seguito tre possibili strade, l’ipnosi attiva frazionata, il completamento del training di base accompagnato da quello superiore, o una tecnica immaginativa chiamata Bildstreifendenken traducibile in italiano con “pensiero a nastro di immagini” (Galli, Masi 2012). Il secondo binario, invece, dopo la fase preparatoria iniziale, consiste in un lavoro di analisi che si sviluppa seguendo una triplice direzione: i conflitti attuali già recepiti dalla sfera cosciente, l’analisi del carattere (secondo i criteri della costituzionalistica Kretschmeriana) e l’analisi delle risorse psicofisiche del soggetto. La progressione dei due binari si dipana in contemporanea: i risultati conseguiti sul piano somatico vengono impiegati per la crescita sul piano psicologico (Galli, Masi 2012).
Ma quale è il linguaggio che il nostro corpo utilizza per codificare le memorie che necessitano di essere disvelate così da per attuare un processo di cura? Nell’ambito delle tecniche autogene, ma, più in generale, anche all’interno delle tecniche di distensione psicofisica, è stato preso in esame una particolare risposta somatica che ha da sempre contraddistinto il linguaggio corporeo nell’iter terapeutico. Luthe le ha definite “scariche autogene” e sono un fenomeno cui si assiste nei primi mesi di attività, corrispondenti agli iniziali segmenti eserciziali. Esse consistono in meccanismi auto-regolatori in cui si manifesta una scarica di tensioni legate a memorie somatiche antiche e che svolgono un’azione terapeutica di auto-destressamento. Esse sono state divise in: fenomeni muscolari (scosse, tremori, fascicolazioni), fenomeni vascolari (pruriti, gonfiori, pulsazioni, formicolio), fenomeni vestibolari (vertigini, senso di vortice, galleggiamento), fenomeni viscerali (gonfiore, dolori, borborigmi), fenomeni respiratori (fame d’aria, soffocamento, affanno), fenomeni cardiaci (palpitazioni, cardiopalma e percezione di battito cardiaco diffuso in tutto il corpo), fenomeni cefalici (dolori, stordimento e sensazione di “testa pesante”), fenomeni uditivi (ronzii, suoni, stridori), fenomeni sensoriali (odori, sapori e sensazioni tattili), fenomeni emotivi e affettivi (paura, angoscia, odio) e fenomeni visivi (lampi di luce, bagliori, colori e immagini).
Luthe formulò la “teoria del sistema centro-encefalico di scarica di sicurezza” che comprendeva talamo, ipotalamo e sistema limbico. Punto di partenza delle sue ricerche furono gli studi di Papez relativi al virus della rabbia nei cani che causava lesioni all’ipotalamo. Secondo la sua teoria quello doveva essere il luogo in cui si concentravano le emozioni. Principiando da questi studi, ipotizzò connessioni tra circonvoluzione limbica, amigdala, ippocampo e nucleo accumbens (il centro dei sistemi delle dipendenze). Lo stato di commutazione ipotalamica (ovvero la disattivazione dei nuclei dell’ipotalamo posteriore e l’attivazione dei nuclei dell’ipotalamo anteriore – processo già strutturato nel nostro cervello), permette uno scarico di tensione da parte di queste strutture che rispondono al principio di saggezza biologica, secondo il quale lo scarico non può essere dannoso. Un principio correlato a quello di saggezza biologica è quello relativo alla frustrazione d’organo, secondo il quale le tensioni si liberano solo se l’organo o la funzione psichica hanno subito una frustrazione. Le scariche autogene, relativamente alla loro natura, sono raggruppate in cinque categorie: dispercezione corporea, relativamente alla quale la zona dispercepita ha un significato legato a una frustrazione, sintomo clinico, secondo il quale il dolore o il sintomo somatico rinvia a una sindrome con correlati psicologici rilevanti, esperienze traumatiche, categoria secondo la quale la scarica autogena è connessa a traumi antichi o recenti di rilievo psicologico, esperienze affettive, secondo le quali la scarica è connessa a esperienze affettive frustranti ed esperienze privative, per le quali la scarica è connessa a esperienze di deprivazione di situazioni gratificanti (Galli, Masi 2012). In merito a questo, nel suo libro Training Autogeno: una psicoterapia breve, Masi afferma: “la natura benefica di queste manifestazioni (…) è dimostrata dal fatto che le stesse tendono piano piano a scomparire e che gli effetti positivi del training autogeno cominciano a realizzarsi in concomitanza alla loro scomparsa. L’organismo, cioè, attraverso queste scariche attua un’azione di destressamento risultando alla fine depurato da tutte le scorie tensionali che gli stress della vita quotidiana avevano accumulato in varie regioni cerebrali” (Brancaleone 2010). In sintesi, quindi, è possibile affermare che un adeguato allenamento autogeno: “possiede le capacità di produrre una condizione fisiologica in cui mutano gli abituali rapporti tre le strutture nervose: ciò determina la messa in moto di funzioni autoregolatrici che liberano l’organismo da tutti gli accumuli di tensione (…), realizzando una salutare condizione di equilibrio omeostatico” (Masi, cit. in Brancaleone, 2010). Considerando la varietà di risposte psicosomatiche e la categorizzazione di queste ultime, utile ai fini analitici dell’esplorazione del vissuto personale, la domanda più immediata è: “perchè i sintomi sono estremamente individualizzati e tali da costituire una sorta di linguaggio corporeo di ogni persona che si sottopone all’allenamento autogeno?” (Masi, 1993) La risposta risiede nel fatto che ogni individuo è custode di una propria storia psicosomatica che può rimanere serenamente contenuta nei cardini della normalità, ma in certi casi può essere di notevole rilevanza terapeutica. “L’esperienza clinica insegna che alcuni di detti sintomi contengono forti emozioni bloccate che si riallacciano a forti vissuti traumatici, spesso di origine infantile, e che sicuramente hanno un loro peso nella strutturazione complessiva della nevrosi. Dal nostro punto di vista, possiamo tranquillamente considerarli come reazioni dello strato ipobulico, di quella dimensione primaria, dove non esiste differenza tra psicomotricità, affettività e substrato biologico dell’organismo” (Masi, 1993). Per quanto l’applicazione della tecnica risulti di fondamentale importanza ai fini della buona riuscita del processo, tanto da poterla considerare il cuore pulsante dell’intervento, essa necessita di un costante lavoro di indagine con la persona relativamente alle risposte somatiche muscolari e viscerali. Anche in questo caso l’ausilio dell’analisi tematica si dimostra essenziale per la liberazione delle emozioni bloccate. Il sopracitato Luthe propose l’esistenza di un inconscio psicosomatico che ontologicamente si muove tra due poli: può rappresentare un ambiente armonioso o una vera e propria coltura di materiale neuronale nocivo. Nel primo caso l’unità psicosomatica ne risentirà favorevolmente e il comportamento sarà equilibrato, mentre “nel secondo, queste pulsioni biologiche inespresse potranno dare l’avvio ai disturbi nevrotici” (Masi, 1993).
Partendo da questa premessa concettuale, l’analisi tematica procede attraverso un iter focalizzato sulla risposta psicofisica emergente dall’applicazione tecnica. Nel caso ci si trovi di fronte ad un’immagine iponoica, quelle che Schultz definiva “di terzo livello”, o a un automatismo ipobulico (ovvero la memoria somatica vera e propria), è opportuno lasciare alla persona la possibilità di scegliere liberamente l’associazione che sente più pertinente relativamente al fenomeno psichico o somatico. Tecnicamente si procede in questo modo: una volta individuato il simbolo (tenendo presente che non tutte le immagini, così come non tutte le risposte ipobuliche sono cariche simbolicamente) si chiede al soggetto che cosa esso gli faccia venire in mente o che rapporto abbia con il distretto somatico reattivo. Se il soggetto risponde con un’esperienza diretta si esplora a fondo la suddetta esperienza con conseguente effetto catartico; se il soggetto risponde con un concetto astratto, è opportuno riportare il concetto a un’esperienza concreta e in questo caso le associazioni devono essere mirate per preparare il terreno al recupero di emozioni bloccate. Infine, se la persona risponde in modo evasivo o non risponde occorre formulare un’ipotesi tematica: quest’ultima si elabora attraverso un’indagine del contesto esistenziale in cui la persona vive, un’analisi delle caratteristiche strutturali e funzionali dell’apparato o dell’area muscolo-scheletrica o un’analisi del tono emotivo che accompagna le reazioni somatiche emergenti durante il processo distensivo. (Galli, Masi 2014) L’analisi tematica procede attenendosi sempre, nella maniera più aderente possibile, al materiale offerto dalle risposte somatiche e non è opportuno deviare dal programma che il cervello mette in atto quando, attraverso l’intervento tecnico di distensione psicofisica, si trova in stato commutativo, in quanto “un ‘analisi a vasto raggio finirebbe per assumere un carattere intellettualizzato, a tutto svantaggio di quell’incisività e focalizzazione che garantiscono lo sviluppo, via via sempre più intenso, della catarsi” (Masi, 1993).

BIBLIOGRAFIA

Analisi tematica: un viaggio nel mondo iponoico-ipobulico, Masi L., Edizioni Universitarie Romane (1993)
Psicoterapia autogena a orientamento analitico e interpretazione psicofisiologica, Galli A., Masi L., Ed. Cisu (2012)
Psicologia Generale, Passer, Holt Bremner, Sutherland, Vliek, Smith, Ed. McGraw – Hill (2013)
TBA: terapia bionomico autogena, Ferdinando Brancaleone, ed. Franco Angeli (2010)