Spesso la nostra esistenza quotidiana, intesa come conferire un orizzonte di senso alle nostre piccole e grandi azioni all’interno del qui e ora (il tempo della sana vita psichica) è ostacolato da una tale intensità numerica di fatti, accadimenti e pensieri che non ci permette di ottenere una visione armoniosa e ci trascina in un baratro di manifestazioni psicosomatiche che destabilizzano il nostro benessere. È come se un’orchestra di rumori di fondo ostacolasse la nostra serenità durante le giornate: attriti sul posto di lavoro, scontri domestici con il proprio partner, imprevisti come il traffico o una brutta notizia ricevuta da un amico. Possiamo avere la fortuna che tali fastidiosi contesti possono presentarsi sporadicamente o, come spesso accade, ciclicamente (anche per la tendenza a rimuginare sui problemi e a elaborare profezie che si autoavverano), portando la persona a sviluppare malesseri che le si cuciono addosso anche per periodi prolungati.
Quando la sinfonia prodotta da questi “strumenti” elicita il nostro sistema nervoso, evocando risposte emozionali come rabbia, ansia, tristezza o senso di impotenza, è opportuno riprendere il proprio ruolo di direttore d’orchestra. Proviamo a immaginare, nel teatro della nostra mente, cosa farebbe un direttore durante le prove di un’esecuzione di un brano musicale, nel momento in cui il primo violino e i fiati non stanno seguendo la medesima battuta e le percussioni arrivano in ritardo nello scandire il tempo del passaggio musicale. Avrebbe senso continuare a dirigere l’orchestra cercando di recuperare gli strumenti fino a quando essi non suonino tutti all’unisono? Probabilmente no. Si perderebbe altro tempo prezioso e l’esecuzione finale ne rimarrebbe estremamente compromessa. Con buona probabilità il direttore di orchestra porrebbe fine alla performance, prendendosi un momento per condurre l’attenzione di tutti i musicisti sul problema emerso e per analizzarne le cause.
Anche noi, nella nostra vita siamo direttori di orchestra, gli strumenti sono le nostre risposte emozionali e somatiche e spesso, nei momenti di sovreccitazione, esse non riescono a svilupparsi armonicamente, creando disagi interiori e relazionali. Il nostro cervello, infatti, è una macchina composta da due principali sistemi: la parte filogeneticamente antica, definita anche rettile – sede delle emozioni e matrice delle risposte legate alla nostra sopravvivenza – e la corteccia, il complesso più “recente” – legato alla pianificazione dell’azione e al pensiero razionale. Tra le due componenti c’è uno scarto di centinaia di migliaia di anni ed è facile intuire che il primo, essendo attivo da tempi arcani, riesca spesso ad avere il dominio sul secondo nelle situazioni valutate con un alto grado di emergenza. È un’esperienza nella quale siamo incorsi tutti, bambini e adulti, quella in cui, in una situazione di sollecitazione emotiva, si risponde allo stimolo con manifestazioni comportamentali aggressive e accompagnate da risposte somatiche come afflusso di sangue al volto, respiro affannoso e battito cardiaco accelerato.
In queste situazioni, così come il direttore d’orchestra interrompe la performance, anche per noi è opportuno prendere le distanze dalla situazione problematica e dal contesto in cui essa si è originata, ovvero cercare un “altrove”, non solo fisico (magari allontanandoci momentaneamente) ma anche immaginario (riuscendo a gestire il flusso emotivo attraverso azioni “metaimmaginative”) dove la mente possa lavorare in uno stato di back up. Si potrebbe individuare nella “motivazione al completamento” la tendenza a permanere in uno stato di fissità, che spesso convoglia tutte le nostre energie nel mantenere l’attenzione sul problema.
Un approccio di questo tipo è quello che si dovrebbe sperimentare quando un problema, che porta con sé un grave carico emotivo e cognitivo e il relativo stato di attivazione, definito arousal, ci impedisce di trovare soluzioni efficaci o di ovviare con un’efficiente mediazione. In questi contesti può essere utile approcciarsi attraverso un atto “decentrante”, ovvero applicare strategie che consentano alla nostra mente di delocalizzarsi rispetto all’accadimento fonte di stress e incanalare le proprie energie verso qualcosa di più costruttivo. Ciò può avere un duplice valore: ci consente di alleviare l’agitazione che caratterizza in quei momenti la nostra attività mentale e, contemporaneamente, dare la possibilità al nostro pensiero di trovare una piccola parentesi di quiete e silenzio interiore, utili per arrivare a una visione di insieme più ampia, comprensiva di tutte le componenti che originano il problema. Permanere in un continuo stato di attivazione, tenendo presente il sopracitato rapporto tra le due componenti cerebrali, spesso ci impedisce di affrontare la problematica, costringendoci spesso a considerare il particolare della situazione e inibendo la capacità di valutare una serie di altre possibilità esplorative. Dalla risoluzione di un problema, infatti, può derivare una nuova strategia fruibile anche per affrontare nuovi problemi.
Sul lato pratico questo metodo “decentrante” può assumere diverse forme in base al problema da affrontare: durante le situazioni conflittuali che vedono un’elicitazione intensa del nostro sistema nervoso e dei circuiti neuro-ormonali dello stress (un litigio coniugale, un attrito con un collega o con il proprio superiore, una mattinata nel traffico ecc. ecc.), può essere utile provare a diventare spettatori esterni della nostra stessa situazione. È questo un approccio che richiede esercizio e dedizione ma che può aiutare a superare conflitti, anche accesi, in modo più costruttivo. È opportuno, nelle prime fasi, trovare il giusto raccoglimento per giungere a uno stato concentrativo più profondo e la ripetitività procedurale permette di sviluppare capacità di expertise che si esplicano in tempi sempre più rapidi. Ci costerebbe uno sforzo smisurato, quanto inutile, intervenire consapevolmente su tutti i meccanismi fisiologici che interagiscono in quei momenti e abbiamo pochi strumenti per intervenire, ma tra questi, ad esempio, possiamo contare sulle tecniche di respiro consapevole, essendo il respiro un meccanismo semi-volontario. Di riflesso tale intervento può alleviare il sovraccarico funzionale di altri organi come il cuore, permettendo una prima sedazione benefica dei ritmi vitali. In secondo luogo può rivelarsi estremamente utile, come detto più sopra, riuscire a osservarsi dall’esterno. Attuare un’analisi del proprio comportamento e del proprio stato emotivo in questo genere di situazioni ci permetterebbe di valutare in modo più distaccato il nostro operato. Sarebbe utile chiedersi: “che emozioni sto provando?”, “per quale motivo le sto provando?”, “per il risultato che voglio ottenere possono portarmi sulla giusta strada?” e “come potrei fare diversamente?” e valutare le risposte che possiamo ottenere dal porci queste domande. Questo atteggiamento non dovrebbe essere visto come uno strumento per l’abbattimento dei propri stati emotivi, ma come una via per l’accoglimento e la contemplazione degli stessi, attraverso una lente rivolta al proprio interno. Può risultare un atto faticoso quando il livello di attivazione del nostro sistema nervoso è alto e la valutazione psicologica della contingenza sia negativa, ma attraverso il giusto training è possibile arrivare a gestire “a caldo” queste situazioni.
Le acquisizioni “meta-emozionali” (ovvero di contemplazione dei propri stati emotivi) sono strumenti acquisibili attraverso le pratiche meditative. Anzi, esse rappresentano la via elettiva per ottenere risultati in tempi più rapidi e con riscontri più stabili. In tali frangenti, dopo le prime esercitazioni, è possibile rilevare i primi benefìci psicofisici, ma spesso ciò non basta per portare su un piano comportamentale intenzionale le capacità di auto-osservazione. È fondamentale l’impegno costante nell’esercizio, in quanto permette progressivi e duraturi cambiamenti a livello di attività delle strutture nervose e, di conseguenza, delle risposte funzionali che da esse derivano. Quando le modificazioni strutturali e neurochimiche giungono a un nuovo set di equilibrio, e, di conseguenza, si ridimensiona anche l’intensità delle risposte di allarme avvertite dalle strutture filogeneticamente più antiche, ne risulta aumentata anche la capacità di affrontare con maggiore distacco gli avvenimenti più problematici.
Un buon contesto di esercizio per imparare a “creare una distanza dalle nostre emozioni” è quello in cui lo stimolo stressante è prolungato ed è presenza costante a livello mentale: la preparazione di un esame o di un concorso, l’attesa di un risultato, l’approvazione di un progetto o il tempo che trascorre attendendo un avanzamento di carriera, ovvero quelle situazioni in cui la nostra performance non deve necessariamente essere messa in atto in tempi brevissimi. A queste situazioni si aggiungono anche quelle di carattere più intellettuale, dove la soluzione a un problema si scontra con difficoltà elaborative che non ne permettono l’immediata soluzione. Faccio riferimento, ad esempio, a strategie impiegate per risolvere problemi in ambito lavorativo o professionale, situazioni sentimentali estremamente tese e logoranti dal punto di vista emotivo, la gestione dell’ansia da esame nel contesto scolastico o universitario. Queste situazioni sono molto utili per imparare a gestire le proprie risposte emotive perché consentono “tempi di lavoro” più prolungati e con minori margini di errore. In questi contesti può quindi essere utile apprendere tecniche di distensione psicofisica per ottenere una prima disattivazione del sistema nervoso, così da poter elaborare le risposte emotive in un diverso stato mentale. Questo approccio risulta, infatti, particolarmente fruttuoso in condizioni desensibilizzanti, per esempio dopo un approfondito training di rilassamento in quanto la sedazione dell’elicitazione nervosa e degli innumerevoli messaggi sinaptici che si scatenano in talune circostanze rende necessario che ci si eserciti in appropriati contesti di intervento.
In periodi caratterizzati da una forte ridondanza di pensieri e dalle conseguenti risposte emotive un altra strategia, utile a seguire le tracce del direttore d’orchestra, è quella di cercare la distrazione. Ciò che in questa sede definiamo “distrazione”, può essere identificato come interesse, svago, occupazione, ovvero quanto possa permettere alla nostra mente di fruire di pause ristoratrici e lavorare, come detto più sopra, in una condizione di back up. Il nostro cervello è uno dei pochi organi presenti nel nostro organismo che vive in uno stato di continua attività, volontaria (cioè sotto la nostra intenzionalità) e involontaria (ad esempio durante il sonno). Il dedicargli pause ristoratrici da una situazione che richiede uno sforzo intellettivo non corrisponde necessariamente a far sì che l’atto in questione, intrapreso poc’anzi, permanga in uno stato di incompiutezza. Un meccanismo simile, per quanto legato a un altro tipo di funzionalità, è quello tipico dell’attività intellettuale e del riposo notturno, in particolare del sonno REM. Diverse evidenze empiriche, difatti, mettono in luce come l’elevato livello di attività cerebrale di questa fase del sonno permetta un consolidamento della memoria, grazie al quale il cervello trasferisce le informazioni alla memoria a lungo termine. Ciò che abbiamo appreso non viene quindi dimenticato, ma continua a persistere nello spazio della nostra mente, nonostante non venga più sottoposto a ripetizioni o attive e consapevoli elaborazioni mnemoniche.
È esperienza comune non riuscire a trovare una soluzione a un problema e, nel momento in cui meno ce lo aspettiamo, un quadro diverso si staglia all’interno del nostro spazio mentale con possibili soluzioni. Questo tipo di avvenimenti era già stato preso in esame da Kohler che, studiando il comportamento degli scimpanzé in gabbia, arrivò alla conclusione che le soluzioni ai problemi potevano scaturire da lampi improvvisi che risultano dall’uso originale e creativo di strumenti in proprio possesso. La Gestalt definisce ciò insight ed è ostacolato principalmente da una forma di pensiero identificata da Dunker come fissità funzionale. Questo approccio consiste nell’automatizzazione di abitudini e nella tendenza ad applicare troppo rigidamente lo stesso schema a problemi che richiedono un approccio diverso mediante concetti nuovi e flessibili. Pertanto, potrebbe risultare benefico per la nostra mente riuscire a concederle momenti di vuoto operativo proprio al fine di trovare soluzioni adeguate alle nostre problematiche. Soprattutto in quei contesti in cui subentrano risposte neurofisiologiche che annebbiano facoltà “euristiche”.
Reputo rappresentativo il parallelismo tra mente e corpo: nell’attività fisica il nostro corpo si rigenera secondo tempi scanditi dalle sue stesse caratteristiche costituzionali e a mano a mano che ci si allena i tempi di recupero diventano sempre più ridotti. Sia mente che corpo, necessitano del proprio tempo, sia per quanto riguarda i contesti ergonomici che per quanto riguarda i tempi di recupero. Così come per la nostra salute è conveniente dare la possibilità alla nostra muscolatura striata di riprendersi e ristrutturarsi dopo un intenso allenamento (ma anche dopo un trauma), allo stesso modo, per il nostro benessere, è buona cosa concedere la possibilità alla nostra mente di concedersi spazio ricreativo. Proprio come un allenamento sportivo, riuscire a trovare momenti deconcentrativi è un vero e proprio training, dal quale non ci si può esimere dall’esercitarsi, per la tutela della nostra salute psicologica, in ogni singola giornata. Anche durante il lavoro, partendo dalle piccole cose, dedicandoci, per esempio, pause per affrontare il resto della giornata lavorativa in modo efficace.