Hic et nunc dicevano gli antichi romani per indicare un’azione che non poteva essere oltremodo procrastinata nel tempo. In psicologia questa espressione rappresenta fondamentalmente una condizione esistenziale che si trova in un’ipotetica “metà strada” nel mezzo del dinamico scorrere tra il passato e il futuro. Queste ultime due istanze temporali potrebbero essere ricondotte al funzionamento psicologico della persona, avvicinandole al costrutto della memoria e alla funzione immaginativa. Non si può infatti cambiare il passato, ma lo possiamo solo ricordare, e il futuro è un’incognita, di cui possiamo solo prevedere possibilità all’interno di un ventaglio più ampio. Allo stesso modo, sotto una prospettiva prettamente cognitiva, il passato può essere elaborato, all’interno della relazione di aiuto, come parte integrante della nostra attuale personalità, e il futuro può essere comunque ridisegnato tenendo presente l’unità fondamentale del nostro sé. Lo stesso dicasi per quanto concerne la prospettiva emotiva con cui la persona si fa travolgere dai turbini dell’esistenza. Il passato, nella sua peculiarità, ci trasporta sulle emozioni e su schemi di azione volti a risolvere problematiche sui quali non si può più intervenire a livello prassico, ma solo sul piano della riconsiderazione. Il futuro, invece, per la sua indeterminatezza ontologica, ci conduce a provare altri tipi di emozioni, quelle legate all’incertezza dell’avvenire, che spesso risultano foriere di altrettanti dubbi sull’efficacia dei nostri schemi di azione (e della loro relativa congruenza con il nostro sé). Grossolanamente si potrebbe dire che, nel caso di problematiche esistenziali, guardare al passato ci porta a vivere nel risentimento e il futuro ci porta indiscutibilmente all’ansia. Queste azioni, trasformative e anticipatorie, però, trovano spazio solo nel momento presente. Il qui e ora della relazione d’aiuto permette alla persona di stabilire un contatto con se stessa. Spesso questa dimensione sfugge nello svolgersi della vita di tutti i giorni perché il presente è un tempo non incorniciabile in quanto fugace tratto d’unione tra le due dimensioni temporali.

E, proprio in virtù di questo, vivere il presente può risultare un’azione assai complessa, perché implica il liberarsi dalle tenaglie del passato e riuscire a guardare oltre il baratro del futuro. Alcuni monaci tibetani sono soliti indossare un amuleto che ha lo scopo, attraverso la manipolazione dello stesso, di riportare la persona a prendere contatto con il momento presente quando la mente si distacca vagando per orizzonti distanti sul piano temporale. In India una pratica comune è quella di creare e decorare mandala, anche assai complessi, per poi eliminarli una volta completati, in quanto non è importante il risultato finale dell’elaborato, bensì il processo alla base, che riconduce l’atto creativo alla vita presente. Nell’orizzonte delle pratiche meditative contemporanee, l’approccio mindfulness ha elaborato diversi esercizi che aiutino la persona a mantenere la concentrazione sul momento presente, attraverso lo sviluppo di consapevolezza nell’esecuzione di piccole azioni. In contesti sociali e geografici più vicini a noi è uno stato comune a tante persone quello in cui ci si sente imprigionati dentro persistenti pensieri che esulano la dimensione del presente: un insuccesso lavorativo, una tensione all’interno del rapporto di coppia, un’acredine all’interno del più vasto orizzonte dei rapporti sociali o dei rapporti familiari, o, ancora, l’attesa per un esame universitario, un concorso lavorativo, una promozione a livello professionale o per i risultati di un investimento. Per non parlare dei messaggi mass-mediatici tipici dell’era del consumismo, con i quali siamo bersagliati quotidianamente e che diffondono fragili idee e false concezioni di felicità e di benessere, spesso aventi come oggetto il possesso di beni materiali che ancora non possediamo.

La nostra vita è costellata di piccole e grandi esperienze di questo tipo, che ci portano continuamente indietro nel tempo o in un possibile futuro, e il cui unico margine tangibile è il numero del giorno riportato sul calendario. Spesso, però, ci dimentichiamo, per un’insana forma di coazione a ripetere, che questi voli pindarici, capaci di proiettarci oltre il momento presente, ci portano altresì a vivere emozioni e stati d’animo, talvolta di grandi intensità, che nessun legame hanno con il “qui e ora” della nostra vita e, ciononostante, continuiamo a provare emozioni, con le correlate attivazioni e disattivazioni del nostro sistema nervoso. Ciò che rimane “in mano” spesso sono solo ansia, stati depressivi o emozioni reattive come rabbia e rancore.

Ma in che modo la relazione d’aiuto può essere veramente di aiuto? Uno degli approcci che ritengo più efficaci è quello centrato sul corpo. Lavorare sulla dimensione somatica è una forma di intervento pro-attivo che permette di ristabilire un equilibrio interiore assaporabile nel “qui e ora”. Il nostro corpo, infatti, nella sua materialità, può essere sede di vecchie memorie dimenticate e di emozioni a esse correlate, ma anche di risposte anticipatorie legate a stati emotivi (generati da fantasticherie cognitive) proiettati nel prossimo futuro. Allo stesso modo il nostro corpo non può rappresentare, nel proprio funzionamento, una dimensione passata o futura, ma esso ci àncora giocoforza al presente.

Lavorare sul fronte somatico permette, attraverso un costante esercizio supportato da una necessaria motivazione al cambiamento, di riacquisire consapevolezza del proprio corpo. Riuscire a raggiungere un’ottimale distensione psico-fisica, infatti, può essere ritenuto erroneamente un traguardo: esso infatti rappresenta la chiave di accesso per l’abbattimento delle tensioni di origine emotiva e consente di accedere alla contemplazione della propria dimensione corporea. Questa purtroppo, con i ritmi frenetici della vita contemporanea (fatta di scadenze da rispettare, impegni da mantenere, risultati da esporre ecc ecc) viene data per scontata e considerata esclusivamente nei suoi aspetti strumentali relativi all’azione. Ci dimentichiamo in realtà del nostro corpo in tanti momenti della giornata così come in tante fasi della nostra vita. Abbiamo provato tutti l’esperienza di un mal di stomaco o di una forte emicrania e sappiamo identificarla perché riconosciamo i marker somatici della problematica. Quindi, per quanto fastidioso possa essere, non abbiamo mai problemi a dire “ho mal di stomaco” o “ho un forte mal di testa”, ma raramente diciamo “sto bene di testa” o “sto bene di stomaco”, proprio in virtù del fatto che il nostro organismo viene spesso percepito solo nei momenti di dolore o malessere.

Raggiungere un profondo stato di rilassamento mentale e organismico ci consente di stabilire un profondo contatto con i nostri “distretti somatici” e di sviluppare capacità di attenzione passiva sulla nostra muscolatura striata e liscia. Questa può essere declinata anche in una più approfondita forma di percezione temporale, in quanto la contemplazione del nostro essere nel mondo come cartesiana “res extensa”, può essere sviluppata solo nel momento presente. Il corpo non può essere percepito prima o dopo e tale atto percettivo non può essere soggetto ad alcuna traslazione temporale dal momento che la percezione rivolta al futuro è da intendersi più correttamente come “presentimento”, mentre rivolgendosi al passato tale dizione assume più verosimilmente i connotati della cognizione.

Il nostro corpo, quindi, ha la capacità di essere strumento di risintonizzazione cronometrica in un mondo e in un tempo in cui la mente dell’individuo contemporaneo è sempre più soggetta a divagazioni capaci di far dimenticare la ricchezza del “qui e ora” della nostra esistenza e il potenziale positivo del presente.