Nel corso della propria evoluzione l’uomo è andato in contro a innumerevoli cambiamenti sia sul piano fisico, passando da una posizione che gli permettesse di fare affidamento anche sugli arti superiori per la deambulazione a una posizione eretta, sia sul piano cerebrale, ampliando la massa e la composizione delle strutture cerebellari e acquisendo, nell’arco di millenni, capacità logiche e razionali che sfuggivano ai suoi antenati. “A volte, va detto, l’evoluzione può agire sull’insieme, per esempio accrescendo le dimensioni dell’intero cervello, ma di solito i cambiamenti avvengono nei singoli moduli” (Le Doux, 2003). “La somma delle funzioni di tutti i sistemi non equivale a una funzione ulteriore che sarebbe quella del cervello. L’evoluzione tende a intervenire sui singoli moduli e sulle loro funzioni. Sembra dimostrato che particolari adattamenti del cervello corrispondono a determinate facoltà: apprendimento del canto negli uccelli, memoria dei luoghi dove si trova il cibo, differenze sessuali, uso preferenziale della mano destra o sinistra e facoltà del linguaggio negli esseri umani […].” (Le Doux, 2003). Proprio in merito all’origine di quest’ultimo aspetto, il dibattito tra gli scienziati è ancora aperto, in quanto la nostra specie sembra essere l’unica dotata di un linguaggio così strutturato, ma ancora è oscura l’origine di questo e, ancor di più, appare difficile indagare le sequenze intermedie che ha attraversato il nostro cervello per arrivare a sviluppare codici linguistici.

Lo sviluppo del linguaggio è quello che ha permesso, in un’ottica evoluzionistica, di rispondere ai bisogni fondamentali delle persone, soprattutto nel momento in cui esse hanno dato inizio agli antichissimi processi di aggregazione e socializzazione volti al mantenimento della specie. Va considerato, però, che i processi linguistici non devono essere valutati al di fuori della dimensione storico-evolutiva dell’essere umano. I nostri più antichi antenati erano probabilmente in grado di comunicare pur senza un articolato sistema grammaticale come il nostro. Analizzando il costrutto linguistico e i modelli storici più moderni che lo hanno preso in esame, è possibile, comunque, scorgere una caratteristica comune. Prendendo in considerazione il modello Skinneriano, il mondo esterno è costituito da entità cui, convenzionalmente, sono state attribuite delle “etichette”. Il processo di acquisizione del linguaggio, in questo caso, si basa su processi di imitazione, rinforzo e condizionamento tra infante e figura genitoriale che permettono al bambino di identificare le suddette definizioni con gli oggetti intorno a sé. Vigotskij, invece, individua nell’interazione sociale la chiave di accesso per l’acquisizione del linguaggio: ogni individuo è visto come membro di un gruppo, di una cultura o di una società. Il bambino ascolterebbe le altre persone, cercherebbe di comprendere i significati dei discorsi fatti e si sforzerebbe di appropriarsi delle parole e delle espressioni necessarie per comunicare e interagire. Ciò che accomuna questi due modelli sembrerebbe proprio una capacità prettamente razionale che trova in processi mnemonici e valutativi il successo dell’interazione verbale tra gli esseri umani. Il linguaggio, però, rimarrebbe così ancorato, nel suo processo generativo, a una matrice di natura cognitiva.

Ma, a prescindere da queste considerazioni, è altresì opportuno tenere a mente che il linguaggio “contemporaneo” può essere concepito come uno degli strumenti che ha garantito il progresso tecnico, scientifico, economico, ma anche sociale dell’essere umano. Proprio in queste forme di progresso va individuato l’elemento razionale che, più o meno consciamente, accompagna la reciprocità informativa quotidiana. Così considerato, il linguaggio, nella sua ontologia, afferirebbe a quell’orientamento “storico-materialista” già oggetto di speculazione della psicologia sovietica. Ciò implica, però, una definizione di coscienza di matrice cartesiana, sorretta dai capisaldi di consequenzialità, logica e rigore. Le Doux stesso sostiene che “la coscienza si è prodotta dopo che la corteccia dei mammiferi si è sviluppata. Richiede la capacità di mettere in relazione più cose nello stesso momento (l’aspetto di uno stimolo, i ricordi di esperienze passate relative a questo stimolo o a stimoli correlati, una concezione di sé come partecipante all’esperienza). Un cervello incapace di creare queste relazioni, per mancanza di un sistema corticale che riesca a riunirle in uno stesso momento, non può diventare cosciente […] Negli esseri umani, però la presenza del linguaggio naturale modifica sostanzialmente il cervello: spesso attribuiamo delle categorie alle nostre esperienze in termini linguistici, e le immagazziniamo in modo che siano accessibili linguisticamente. Se esiste una coscienza fuori dalla specie umana potrebbe essere molto diversa dalla nostra” (Le Doux, 2003).

Ma di non sola “prassi” è fatta l’esistenza degli esseri umani e a tal proposito la corrente psicanalitica ha creato una spaccatura di rilevanza storica inimmaginabile. Freud per primo propose un modello di psiche e di coscienza che andava oltre le sopracitate concezioni cartesiane, rivoluzionando la normalità, ma anche la patologia. Dopo aver sperimentato tecniche di indagine come l’ipnosi e le associazioni libere, approdò a un ulteriore metodo: l’analisi dei sogni, che considerava la via maestra verso l’inconscio, definendo il sogno come l’appagamento camuffato di un desiderio rimosso. Secondo il padre della psicanalisi, l’irrealizzabilità di un desiderio sul piano reale, cerca appagamento a livello onirico e i sogni rappresentano la necessità di soddisfare desideri e pulsioni inconsce. L’espressione di questi desideri risulta, però, irriconoscibile nel sogno perché sottoposti alla censura del super-io. Il sogno è caratterizzato dalla presenza di un contenuto manifesto e da un contenuto latente e, per l’interpretazione, è necessario ripercorrere il sogno a ritroso attraverso il processo di trasformazione dal contenuto latente in quello manifesto.

Nella sua opera “L’interpretazione dei sogni”, del 1900, Freud scrive: “il mondo profano, quindi, ha cercato da tempi antichissimi di interpretare i sogni, e nei suoi tentativi si è servito di due metodi essenzialmente diversi. Il primo di questi procedimenti considera il contenuto del sogno nella sua totalità e cerca di sostituirlo con un altro contenuto che sia comprensibile e sotto certi aspetti analogo. Questa è l’interpretazione simbolica dei sogni; e inevitabilmente crolla di fronte a quei sogni che non sono solamente comprensibili, ma anche confusi […] Il secondo dei due metodi popolari per l’interpretazione dei sogni, non ha tali pretese. Si potrebbe chiamare metodo “cifrato”, poiché considera i sogni come una specie di crittografia, in cui ogni segno può essere tradotto in un altro segno che abbia un significato noto secondo una chiave prefissata. […] Indubbiamente nessuno dei due procedimenti popolari per l’interpretazione dei sogni può essere impiegato per una trattazione scientifica sull’argomento. […] Ma mi sono dovuto ricredere. Sono arrivato a rendermi conto che qui ancora una volta abbiamo uno dei quei casi non rari in cui un’antica credenza popolare tenacemente conservatasi sembra più vicina alla realtà che non il giudizio scientifico vigente oggi”. Freud, attraverso un tenace e pedissequo lavoro clinico, giunse a dare risalto a un’altra forma di linguaggio che sarà destinato a occupare un posto di rilievo all’interno della disciplina psicologica: il linguaggio onirico. È opportuno parlare di linguaggio anche in questo frangente, per quanto le logiche della composizione esulino dalle regole razionali costantemente usate e sedimentate all’interno della memoria semantica. Tale universo linguistico, ad ogni modo, incontra, nella sua esplicazione terapeutica, l’analisi retorica che si applica al linguaggio poetico e prosastico. In particolar modo il processo di trasformazione del contenuto in quello manifesto si serve dei principi di condensazione e spostamento. Questi due atti trasformativi possono essere ricondotti alle figure retoriche della metafora, ovvero la traslazione di significato da una parola a un’altra (o da un’immagine a un’altra ove si sottintenda una similitudine) e della metonimia, la sostituzione di una parola con un’altra in base a criteri di continuità logica o materiale (la causa per l’effetto; il contenente per il contenuto, l’oggetto per la materia ecc ecc.); a queste si aggiunga anche la sineddoche, la sostituzione di una parola con un’altra in base a criteri quantitativi (la parte per il tutto, l’unità per il molteplice, il determinato per l’indeterminato).

All’interno della stessa scuola di pensiero, un contributo fondamentale fu offerto da Carl Gustav Jung, psichiatra svizzero, inizialmente ritenuto l’erede intellettuale di Freud. Jung, però, dopo anni di corrispondenza ruppe i rapporti con il medico austriaco, arrivando a proporre idee diverse da quest’ultimo e fondando il proprio modello definito psicologia analitica. Nell’impianto elaborato da Jung veniva ipotizzata l’esistenza, oltre a quella relativa all’inconscio individuale, di un inconscio collettivo, ovvero una forma di inconscio comune a tutti gli esseri umani che consisteva di archetipi, ovvero di categorie fondamentali di cui tutti gli esseri umani si servono per concettualizzare il mondo. Questa realtà immaginativa primaria è, secondo Jung, connaturata all’essenza dell’homo sapiens e a sedimenti di tutta l’evoluzione della specie (per quanto, in merito a questo aspetto, lo psichiatra non è stato particolarmente esplicito). Tra esse possono essere annoverate: l’archetipo dell’anima, che rappresentano la parte femminile della propria personalità come sirene, ondine, serpenti, ovvero le immagini fluide che fanno vibrare le corde dell’io; l’archetipo dell’animus, inerente la parte maschile presente anche nella donna, come l’eroe, il guerriero, l’atleta o la battaglia, quindi ciò che ha a che vedere con la competizione; l’archetipo dell’ombra, che rimanda alla parte oscura, animalesca e selvaggia della propria anima come animali selvaggi, ma anche grotte o caverne; l’archetipo della Sigizia, ovvero gli opposti che procedono assieme e che sono inscindibilmente uniti, come i gemelli, il sole e la luna, il giorno e la notte; l’archetipo della madre, ovvero la matrice di ogni istinto, la fonte primaria e che possono essere rappresentati dalla madre, da una chiesa, dall’acqua, dall’abisso o dal mare; l’archetipo del fanciullo, che simboleggia la rinascita e che può essere rappresentato da un bambino d’oro, da un uovo, un principe, una perla o una pietra preziosa; l’archetipo dell’eroe, rappresentante la conquista e che si manifesta sotto forma di combattente, vincitore, domatore o animale possente (Queste immagini simboleggiano il fanciullo che si attualizza in un processo di individuazione); l’archetipo del mandala, come il cerchio, il fiore, la ruota o il serpente inanellato che rappresentano la tendenza alla perfezione e all’armonia. Entrambi gli approcci però, pur nelle loro differenze, condividono una peculiarità: ovvero di essere sedimentazioni dell’universo inconscio. Ma a prescindere dall’orientamento teorico e dai risvolti nella pratica clinica che i linguaggi sopraelencati hanno sviluppato e perfezionato, si potrebbero ricondurre entrambi, quello onirico e quello archetipico, al più ampio universo del linguaggio simbolico. “Con lo sviluppo della mente abbiamo perduto il senso del simbolo, ma l’inconscio è ancora aderente al simbolo. Il linguaggio concreto ordinario ha valore pratico, ma per tutto ciò che è vitale, il simbolo è superiore” (Assagioli, 1971)

Trait d’union tra questi due approcci e gli orientamenti più moderni è rappresentato dal contributo di Ignacio Matte Blanco che aveva teorizzato l’esistenza di due inconsci, sedimenti di tutte le rimozioni e delle tensioni senza volto: l’inconscio del rimosso e l’inconscio del non rimosso, quest’ultimo afferente a uno status pre-verbale, pre-concettuale e pre-mielinico. Nell’inconscio di Blanco dominano due leggi: la “generalizzazione”, ove l’elemento di una classe viene trattato come se fosse il rappresentante di tutta la categoria e quest’ultima come se fosse una sottoclasse di un’altra più ampia, e la “simmetria”, in cui l’inconscio tratta la relazione inversa come se fosse uguale a quella originaria e viceversa. Nel quadro teorico timidamente esposto si possono riscontrare due logiche: quella asimmetrica (ovvero quella classica, basata sul principio di identità e di non contraddizione) e quella simmetrica, dove tutte le differenze si fondono. Attraverso questa chiave di lettura possiamo accedere a una definizione più funzionale del simbolo, inteso come elemento capace di unire significativamente mondo asimmetrico con quello simmetrico, dando a quest’ultimo la possibilità di accedere alla coscienza. La produzione di pensiero simbolico è di per sé terapeutica, in quanto, come è noto, l’uso eccessivo del pensiero razionale (con l’attivazione dell’emisfero sinistro e la disattivazione dell’emisfero destro) produce ideazione ossessiva, rimuginativa, tensioni mentali, aridità affettiva ed emozionale. L’attivazione dell’emisfero destro, invece, con la sua ricca produzione di immagini, ristabilisce l’equilibrio a livello interemisferico e quando i simboli si manifestano, essi chiedono di essere analizzati, almeno parzialmente, per scaricare le emozioni nascoste (talvolta bloccate) in essi contenuti. È opportuno quindi, una volta che il simbolo abbia avuto accesso alla coscienza, che un intervento terapeutico sia caratterizzato da un metodo di analisi impostato sulla maieutica e sull’ermeneutica, in quanto “per essere capito il simbolo va interpretato, compreso. Molti hanno subito il fascino di un’opera d’arte senza averla capita; ma vi è di più: può avvenire che l’artista stesso non conosca il significato della propria opera e talvolta egli giunge a riconoscerlo solo alla luce delle altrui interpretazioni” (Assagioli, 1971).

L’approccio psicosintetico accoglie il valore terapeutico e trasformativo del linguaggio simbolico ponendo, come obiettivo del processo di crescita spirituale, la sublimazione psicologica. Tracciando un parallelismo con il processo chimico che consiste nel passaggio dallo stato solido a quello di vapore e la sua successiva cristallizzazione che si distacca da scorie e impurità, Assagioli, nell’opera “Psicosintesi armonia della vita” traccia i caratteri della sublimazione psicologica che sono elevazione, interioramento, allargamento ed espressione attiva. Essa può essere favorita in due modi: attraverso mezzi interni e mezzi esterni. Nel primo caso è citato “l’uso di immagini suggestive e rappresentanti l’ideale che si aspira di attuare. I simboli hanno una grande efficacia, non ancora abbastanza riconosciuta e utilizzata metodicamente. Come dice lo Jung: la macchina psicologica che trasmuta l’energia è il simbolo; ripetizione di parole e frasi affermanti ciò che vogliamo ottenere. La meditazione nei suoi vari tipi e stadi. Concentrazione – meditazione riflessiva – meditazione recettiva – contemplazione”. Per quanto riguarda i mezzi esterni, viene citata tra essi “l’arte superiore che è tramite simbolico di forze spirituali”.

Ed è rifacendosi all’impronta epistemologica segnata dall’impianto teorico psicosintetico che si può arrivare a definire l’apporto terapeutico del linguaggio simbolico nella terapia bionomico-autogena. Quest’ultima, nella fondamentale tecnica applicativa alla base definita training autogeno, si compone di due cicli fondamentali: quello inferiore (detto anche di base) e quello superiore. Il primo ha una forte valenza sul piano psicosomatico, in quanto in esso sono le sensazioni a dominare la scena, originando fenomeni vitali carichi di calma e serenità. La quiete dei processi biologici, raggiunta attraverso il conseguimento dell’equilibrio dei sistemi involontari, porta all’emersione dell’“io corporeo” che intraprende un dialogo con gli organi coinvolti nella manifestazione dei processi nervosi. Il secondo ciclo, detto superiore, si innesta nel T.A. di base e si sviluppa come naturale proseguimento del ciclo inferiore. Esso mira a realizzare un equilibrio mentale più elevato: quello tra emisfero sinistro e destro, tra pensiero ed emozioni. Dopo un lungo allenamento con il training autogeno di base, il cervello dimostra, infatti, di avere bisogno di altri stimoli e si avvicina al mondo delle immagini. Schultz riteneva che le immagini prodotte si potessero raccogliere in categorie definite: quelle afferenti allo stadio amorfo, rappresentate da immagini elementari che si manifestano nel proprio spazio mentale visivo (punti luminosi, macchie, luci e linee), quelle relative alla visualizzazione del pensiero, che racchiudono immagini più strutturate (a volta in forma parziale, a volte completa) e l’autosservazione ipnotica, che comprende immagini dotate di una concretezza tale da produrre emozioni (ed è in questa fase che si elabora il materiale che va a costituire la specificità di certe esperienze patologiche). Alla base dei due cicli si pone, come condizione necessaria, il raggiungimento di un profondo stato commutativo. “La commutazione autogena deve poter essere eseguita in breve tempo e in maniera totale e sicura. Non sempre tali condizioni sono presenti alla fine del ciclo inferiore, per cui è preferibile aspettare alcuni mesi prima di iniziare con gli esercizi superiori, per fare in modo che l’individuo percepisca i gradi più profondi di immersione come qualcosa di ovvio e naturale, che si stabilisce spontaneamente, creando uno stato particolare, nel quale può permanere senza essere disturbato da eventi esterni” (Hoffmann, 1977). Secondo Hoffmann “i tre strati sopra elencati corrispondono ai vari gradi del vissuto iponoico” (Hoffmann, 1977), relativo alla Tiefenperson, così come delineato da E. Kretschmer. I “meccanismi iponoici” si riferiscono a “ tutte quelle forma di apprendimento e di conoscenza che hanno luogo al di sotto del livello di consapevolezza conscia: essi ‘aggirano’ la razionalità logica e il linguaggio nel suo specifico significato referenziale” (Brancaleone, 2011), attivando dei vissuti fondati su “informazioni continue che la Tiefenperson riceve in forma subliminale attraverso il linguaggio delle emozioni, delle comunicazioni espressive, delle immagini visive o di altro genere, delle fantasie, dei sogni: quel linguaggio che si rivolge all’individuo decorticato, che ha allentato cioè temporaneamente il potere dei filtri del pensiero normalmente usato, per servirsi di uno più arcaico e più idoneo ad arrivare agli strati profondi della personalità”

Ciò che appare in questo stato psicofisico è il simbolo, oggetto privilegiato di analisi, che si pone come mediatore tra mondo psichico situato in profondità e quello in cui siamo abituati a vivere. Noi ci muoviamo, infatti, all’interno di un mondo razionale, fisico e simbolico e il simbolo può essere sottoposto a due interpretazioni: può essere considerato una struttura complessa legata a processi di astrazione e metonimizzazione interpretabile come segno di un misterioso linguaggio (anche se in tal caso avrebbe più senso parlare di catene simboliche), o come fattore di cambiamento. In questa seconda accezione, l’analisi ha una finalità catartica (intesa come purificazione) ed è necessario che l’interessato parli dell’immagine di cui lui stesso si fa portatore.

Luciano Masi, nel suo vastissimo lavoro clinico, ha approfondito l’approccio metodologico di analisi simbolica tipico della terapia bionomico-autogena, definito analisi tematica. Essa rappresenta “un metodo incisivo e focale che, seguendo la via della catarsi, mira a raggiungere gli strati arcaici dell’io per estrarre le emozioni più potenti dalle immagini rudimentali e dalla psicomotricità involontaria” (Masi, 1993).

Questo procedimento mostra, infatti, una duplice funzionalità terapeutica. Essa si rivolge alle dimensioni iponoica e ipobulica, così come teorizzate da Kretschmer, perseguendo un fine “squisitamente catartico: punta, senza incertezze, a conseguire l’insight emotivo perché considera come fattore terapeutico preminente l’espulsione della personalità profonda di tutte le “energie negative” che in essa allignano e proliferano” (Masi, 1993). L’analisi tematica, si pone come misura di intervento a fronte di manifestazioni espressive afferenti all’inconscio psicosomatico e si struttura secondo le seguenti modalità operative: di fronte a un’espressione iponoica (immagini “profonde”: di “terzo livello”, secondo Schultz) o ad un automatismo ipobulico (sintomatologia negativistica o labile), si può cominciare l’analisi chiedendo al soggetto di associare, inizialmente in modo libero, sul fenomeno psichico o somatico che la sua personalità profonda ha prodotto. Tale libertà iniziale è inevitabile […]. Subito dopo, però, il vincolo delle associazioni diventa una necessità imperativa perché, altrimenti, perderemo l’occasione di sviluppare un processo catartico” (Masi, 1993).

L’intervento si può declinare secondo tre diversi percorsi. Una prima forma di associazione nella quale ci si può imbattere è quella relativa a un’esperienza diretta: in questo caso la persona è in grado di stabilire un’immediata connessione tra il fenomeno psicomotorio o l’immagine e la problematica nevrotica che si è sviluppata. Rappresenta la condizione di migliore riuscita per l’intervento terapeutico, in quanto il processo catartico volto alla liberazione di materiale disturbante era già avviato da tempo e il materiale inconscio chiedeva solo di essere elaborato. Nel secondo caso, la persona può associare l’immagine o la manifestazione psicosomatica a un concetto astratto. In questo caso è opportuno accompagnare il soggetto in direzione di una seconda associazione, chiedendogli di avvicinare questa “astrazione” a un aneddoto o a un fatto o a una condizione esistenziale che faccia parte della propria storia autobiografica. Nel terzo caso, più impegnativo a livello di indagine, la persona può rispondere con evasività, asserendo che la manifestazione immaginativa o l’automatismo ipobulico non gli ricordino alcunché o rimandando a messaggi inconsci misteriosi o soggetti a proprie auto-interpretazioni. Si entra, in questo contesto, nel campo delle resistenze che, nell’approccio bionomico, rappresentano il rifiuto di sperimentare nuovamente il vissuto angoscioso, dal punto di vista emozionale e cognitivo.

In questo contesto risulta proficuo formulare un’ipotesi tematica. Questo tipo di intervento cala in modo ancor più determinante l’elemento simbolico all’interno dell’analisi razionale. L’ipotesi tematica si struttura secondo tre criteri fondamentali: in prima istanza attraverso l’indagine sul contesto esistenziale all’interno del quale il soggetto si colloca. Questo passaggio permette di incorniciare più dettagliatamente il “qui e ora” relativo al contenuto del messaggio simbolico. Per contesto esistenziale non devono essere presi in considerazione esclusivamente i fatti o le situazioni materiali, ma anche le realtà interne, ovvero gli aspetti più intimi con cui una persona convive, ad esempio la propria situazione sentimentale o i vissuti emotivi provati all’interno del proprio ambiente familiare o sociale. Essi possono afferire non solo alla situazione contemporanea al momento dell’intervento psicologico, ma anche a pregressi vissuti che tornano a chiedere di essere analizzati. “Un secondo criterio che può aiutarci a costruire l’ipotesi tematica è l’esame accurato delle caratteristiche strutturali e funzionali delle produzioni immaginifiche” (Masi, 1993). Questo criterio è di grande aiuto in merito al linguaggio simbolico impresso nel materiale iponoico, mentre a livello ipobulico (ovvero relativo agli aspetti psicomotori) l’efficacia meriterebbe ulteriori approfondimenti. Il materiale immaginativo cui si fa riferimento per questo criterio è quello delle immagini profonde, relative al terzo stadio, o ai sogni notturni. Dal momento che questo materiale prodotto si esprime seguendo un programma di autoregolazione omeostatica articolato all’interno delle strutture nervose, la procedura di analisi dovrà puntare a schiudere il valore emotivo che le immagini contengono, in quanto dense di emozioni profonde e di tensioni biologiche inespresse. Il terzo e ultimo criterio si focalizza sul tono emotivo che accompagna le reazioni iponoiche e ipobuliche. Esso è un delicato lavoro che permette di stabilire un parallelismo tra la produzione immaginifica e il tono emotivo del vissuto esperienziale del soggetto. Si pone come stratagemma analitico nel momento in cui l’analisi del simbolo o dei simboli che sembrano essere i più rappresentativi all’interno dello scenario iponoico non portano a rilevare significati degni di nota. Ciò che rappresenterebbe, invece, la chiave ermeneutica del messaggio simbolico è proprio ciò che non può essere declinato secondo principi iconici, ovvero la sensazione che accompagna la produzione immaginativa. Attraverso questa si può stabilire un sincretismo tra l’esperienza non rielaborata e il vissuto emotivo emerso in fase di delineazione simbolica. Soprattutto in questa fase risulta di grande importanza l’esperienza del terapeuta, la cui mente può essere concepita come un grande archivio nel quale sono fissati i traguardi euristici dei precedenti lavori analitici che, seppur afferenti all’universo simbolico di ogni singolo soggetto, possono consentirgli di stabilire, nel suo lavoro di indagine, analogie con il materiale iponoico o onirico portato da altri pazienti.

Ma a prescindere dall’orientamento terapeutico adottato e dalle relative tecniche di indagine che si sono sviluppate, il valore curativo di questo linguaggio ha offerto e offre tutt’ora la possibilità per il terapeuta di giungere in tempi più rapidi, e con migliori possibilità di fare breccia, nell’universo di senso intimo del paziente. Il fine è aiutarlo a leggere nel personale mondo immaginifico la giusta strada da intraprendere per affrontare la problematica, ricordando che la mente è sempre foriera di soluzioni.

BIBLIOGRAFIA

Analisi tematica: un viaggio nel mondo iponoico – ipobulico. Luciano Masi, 1993

Il cervello emotivo. Joseph Ledoux, 1996.

Il training autogeno. Esercizi inferiori, 1966. Ed Feltrinelli, 2010.

L’interpretazione dei sogni. Sigmund Freud, 1933. Ed. Newton Compton, 1990.

Psicosintesi. Roberto Assagioli, 1971.

TBA-2: Metodiche avanzate di terapia Bionomico-Autogena. Ferdinando Brancaleone, 2011.