Nel ventaglio delle terapie esistenti per la cura dell’ansia, delle nevrosi da stress o dei più numerosi e comuni disturbi psicosomatici, un percorso dai conclamati effetti positivi è il training autogeno. Esso si configura come un iter terapeutico, elaborato all’interno della ricerca medica, composto da sei esercizi psicofisici atti a favorire una distensione psicologica e somatica capace di liberare il corpo e la mente dagli “stressors” quotidiani. L’ideatore di questo metodo, Johannes Heinrich Schultz, nei primi decenni del novecento, partendo dagli studi sull’effetto Capenter, su rilevazioni miografiche e sull’ipnosi elaborò uno schema corporeo che definisse, nella pratica terapeutica, il rapporto mente-corpo. Questo era da intendersi come una serie di cerchi concentrici al centro del quale è posto l’ “io corporeo”, ovvero la capacità della mente di poter inviare messaggi al corpo.

Dalle indagini e dalle rilevazioni mediche, Schultz notò che la sensazione di pesantezza era la prima a presentarsi e da ciò intuì che il sistema muscolo-scheletrico era il più vicino all’io corporeo; seguiva la sensazione di calore per la distensione del sistema vascolare e circolatorio, dimostrando così la suggestionabilità di tale apparato ai messaggi inviati dalla mente. A un livello più profondo, Schultz rilevò la sensibilità dell’apparato respiratorio, capace di accogliere messaggi che lo conducessero a una funzionalità basale. Seguiva il sistema neurovegetativo, in particolar modo l’apparato digerente, spesso soggetto a disfunzioni in condizioni eccessive di stress, che necessitano di essere risanate. Infine il sistema osseo, sistema lontano quanto sensibile per la ricezione dei messaggi di tranquillizzazione globale. Partendo da questo schema, il medico austriaco elaborò la serie ben collaudata di esercizi standard. Il primo esercizio è quello della PESANTEZZA, attraverso il quale il soggetto immagina, a partire dal proprio braccio usato principalmente, una crescente sensazione di pesantezza che viene estesa a tutti gli arti e al corpo intero. Segue l’esercizio del CALORE, che segue le indicazioni del precedente esercizio, ma con lo scopo di diffondere un’equilibrata sensazione di calore a tutto il corpo. Il terzo esercizio è quello del CUORE, diretto ad ascoltare il ritmo del proprio battito cardiaco, inviando a esso messaggi mentali di quiete e di regolarità. Il quarto esercizio è quello del RESPIRO che segue la struttura del precedente, ma rivolto al ritmo del respiro. Il quinto esercizio è quello del PLESSO SOLARE, diretto all’addome alto, con l’intento di diffondere una piacevole sensazione di calore fino a coprire tutto l’addome.
Il sesto e ultimo esercizio è quello della FRONTE FRESCA, rivolto a percepire sensazioni di freschezza nella regione orbito frontale, inducendo, così, uno stato di leggera vasocostrizione. L’iter eserciziale non deve essere considerato, però, come un processo per compartimenti separati, ma un percorso in grado di ristabilire un’unione armonica tra i vari sistemi interconnessi e gli apparati per riportare il proprio stato psicofisico a un equilibrio globale. Deve comunque essere affrontato dopo alcune fasi preliminari che permettano alla persona di raggiungere quello stato “concentrativo-passivo”, rivolto verso se stessa, che faccia da apripista per l’intero percorso.